Una è la foresta oggettificata dallo sguardo occidentale e coloniale, che viene concepita come una superficie misurabile, classificabile, sfruttabile –
un territorio definito da confini tracciati dall’esterno.
L’altra è un fitto intreccio relazionale di prospettive, dove piante, animali, fiumi, montagne e xapiri – spiriti, entità legate agli antenati animali – possiedono una propria soggettività.
E come racconta ne La caduta del cielo lo sciamano e attivista Yanomami Davi Kopenawa, sono proprio gli xapiri che, danzando e cantando su cammini di luce, durante le sedute sciamaniche, trasmettono insegnamenti che rendono possibile l’attraversamento delle prospettive e quella rete relazionale da cui dipende l’intero equilibrio della foresta.
Il lavoro prende dunque forma attraverso l’incontro tra questi due sistemi ontologici e si apre a un dialogo nel quale l’immagine non si offre soltanto come luogo di accadimenti, ma diventa essa stessa un’immersione, una pratica d’attraversamento, tra visioni che appaiono senza mai fissarsi definitivamente.